Lectio-quinta-domenica-di-quaresima

PRIMA LETTURA       Ez. 37, 12-14

Il brano che ci presenta oggi la liturgia, per essere compreso, ha bisogno del versetto 11 che lo precede. Il v. 11 dice: << mi disse: Figlio dell’uomo, queste ossa sono tutta la gente di Israele. Ecco essi vanno dicendo: le nostre ossa sono inaridite, la nostra speranza è svanita, noi siamo perduti >>.

Le ossa rappresentano gli esuli, i dispersi tra le nazioni pagane. Costoro, sordi alla voce del Signore, hanno perso ogni speranza di rinascita e si paragonano ai morti, per i quali non c’è più nulla da fare.

Il v. 12 riprende l’immagine di morte e la ribalta. Il testo parla dell’intervento di Dio che apre i sepolcri e restituisce la vita. C’è quasi un “giuramento” di Dio che annuncia agli esuli che ritorneranno a casa. La vita risorge perché entra in scena lo Spirito di Dio.
Dio dona la sua stessa vita e il popolo rivivrà. Si legge, sullo sfondo, la vicenda pasquale di Cristo e la chiamata di tutti gli uomini a condividere tale esperienza.

 

SALMO RESPONSORIALE  Dal salmo 129

Potremmo definire questo salmo “inno alla gioia del perdono”.
Il cuore del salmista è sprofondato nell’abisso a causa del peccato. Ora la sua voce si   innalza verso il cielo come un grido che chiede l’ascolto di Dio.
L’orante considera Dio un padre misericordioso e si pone dinanzi a lui come figlio. Confida che il padre non lo giudicherà ma risolleverà l’uomo dal male in cui è precipitato.
Il salmista si fa voce di tutto il popolo d’Israele che attende, con speranza, la misericordia di Dio, come la sentinella desidera e attende il primo raggio del mattino.

 

SECONDA LETTURA       Romani 8, 8 – 11

La speranza abbozzata nella prima lettura diventa certezza nel presente brano.
Ritroviamo la vitale opera dello Spirito, ora non solo più lo Spirito di Dio, ma pure Spirito di Cristo.
Lo Spirito è posto in dialettica relazione con la carne.
La carne è il principio di mediazione negativa che contamina tutto l’essere, è lo strumento del peccato e quindi produce la morte.
Lo Spirito designa la natura di Dio e l’influenza divina sull’uomo che viene “trasformato” se accetta di essere salvato. Lo Spirito è dono, grazia da accogliere.
Dipende, quindi, dall’uomo accettare o meno, lasciarsi plasmare dallo Spirito o continuare a essere l’uomo lacerato.
Per Paolo ci sono due modalità di esistenza e scegliere una vuol dire, automaticamente, rifiutare l’altra. L’uomo può scegliere di essere guidato dallo Spirito e allora avrà la        prospettiva della vita. Oppure, l’uomo può scegliere di essere guidato dalla carne e allora avrà un destino di morte.
Chi è abitato dalla Spirito di Dio appartiene a Cristo e Cristo dimora in lui. Così il destino di Gesù diventa anche il nostro: abitando in noi, lo Spirito che ha risuscitato Gesù dai morti dà la vita anche ai nostri corpi mortali.

 

VANGELO    Gv. 11, 1 – 45

L’episodio di Lazzaro rappresenta il settimo e ultimo segno giovanneo.

Una possibile struttura del racconto è la seguente:

  1. Introduzione: ambientazione, circostanze e personaggi (vv. 1 – 6)

I fratelli Lazzaro, Marta e Maria abitano nel villaggio di Betania, sul versante     orientale del monte degli olivi, a 3 Km da Gerusalemme. I tre dovevano appartenere a una famiglia benestante, se potevano permettersi di ospitare Gesù e, si presume, anche il gruppo dei dodici.

Un giorno Lazzaro si ammala e le sorelle ne informano Gesù. Lazzaro viene presentato come “amico di Gesù” e ciò rappresenta un caso unico all’interno dei racconti evangelici.

Gesù descrive la malattia di Lazzaro come “segno” della gloria di Dio. La malattia non  porta alla morte ma permette il manifestarsi della salvezza che Dio offre per mezzo di   Cristo.

 

  1. Dialogo di Gesù con i discepoli (vv. 7 – 16)

“Non sono dodici le ore del giorno?” Cosa significano queste parole di Gesù?

Se uno cammina di giorno non inciampa. Gesù parlando con i discepoli vuol far capire loro che non è ancora giunto il momento delle “tenebre” ma c’è ancora tempo per manifestare dei “segni”. Il miracolo di Gesù di cui i discepoli saranno testimoni, sarà un’occasione in più per legarli al Maestro, perché essi credano.

 

  1. Incontro di Gesù con Marta e Maria (vv. 17 – 37)

Gesù arriva a Betania quando Lazzaro è sepolto da quattro giorni. La precisazione cronologica sta ad indicare         che la morte è un evento irreversibile. Gli ebrei pensavano che lo spirito volteggiasse intorno al cadavere tre giorni, dopodiché lo abbandonava alla      corruzione. Proprio per certificare la realtà della sua morte Gesù resusciterà  al terzo  giorno.

Anche Giovanni, come Luca, ci presenta la diversità delle due sorelle: il dinamismo di   Marta che va incontro a Gesù e la calma riflessiva di Maria che resta in casa.

Nel dialogo con Marta Gesù chiarisce che la risurrezione non è relegata a un tempo futuro e precisa che essa dipende dalla sua persona.

Il versetto 25 offre il contenuto dottrinale più importante di tutto l’episodio: Gesù si        proclama la fonte della vita, la risurrezione personificata.

Marta alla domanda di Gesù, di credere in lui, fa la sua professione di fede. Ciò è la    premessa per il compimento del miracolo. Poi Marta va a chiamare Maria e qui si profila il carattere del “missionario” che dopo la professione di fede si mette in cammino per       annunciare agli altri  la verità.

Gesù davanti alla tomba di Lazzaro dimostra la pienezza della sua umanità: si commuove per la morte di un amico. L’intervento di Gesù sta a dimostrare che la morte e la            sofferenza non sono un segno dell’abbandono di Dio, bensì rientrano in un disegno di  salvezza e di amore.

 

  1. La risurrezione di Lazzaro (vv. 38 – 44)

Gesù aveva promesso a coloro che credono nella sua persona, di far vedere la “gloria di Dio”.

Prima di compiere il prodigio, Gesù alza gli occhi al cielo confermando che il suo agire è sempre in relazione al Padre. Non chiede l’intervento di Dio ma ribadisce la sua piena  comunione con lui.

Il grido “Lazzaro vieni fuori” (v. 43) esprime il comando autorevole e solenne che viene immediatamente realizzato. Come la parola creatrice di Gen. 1 realizzava ciò che          annunciava, così Cristo, chiamato nel prologo “La Parola”, crea la nuova esistenza di colui che aveva sperimentato la morte.

Il versetto 45 chiude il brano liturgico e mostra la reazione al miracolo: molti credono in Gesù. Egli si è manifestato veramente come Signore della vita.

 

COMMENTO GENERALE

Parlare della morte significa toccare il tema più drammatico dell’esistenza umana. Lo è, ancora di più, in questi giorni, dove ascoltiamo quotidianamente il “bollettino di guerra”, cioè il numero di coloro che non c’è l’hanno fatta.
Gesù non parla mai della morte in termini astratti: non c’è la “vita” o la “morte” ma ci sono le persone che vivono e che muoiono; e identifica se stesso come Risurrezione e Vita.
Chi incontra Cristo, incontra la Risurrezione e va incontro alla vera vita; chi ritorna a Dio, sperimenta la salvezza dalla morte che, in molteplici forme, fa capolino nella nostra esistenza.
“Se tu fossi stato qui….!, dicono sia Marta che Maria. Dove sei Signore quando c’è        bisogno di te? Non è che mi stai chiedendo troppo? Provo solo ad immaginare quanti di noi, in questo periodo, si sono fatte queste domande…. e non hanno trovato risposta.
A Cristo chiediamo più volentieri la guarigione che la risurrezione. Eppure a volte occorre accettare che qualcosa di noi muoia se vogliamo passare a qualcosa di più grande.
Facciamo resistenza al cambiamento: lasciare questo “uomo vecchio” è sempre difficile. Ci si è attaccato addosso, si è nutrito della quotidianità e ha lavorato sulle nostre paure.
Lasciamo che Cristo ci conduca ad una “nuova vita”. Fidiamoci di lui.
Cosa ne sarà di noi dopo questa terribile vicenda che stiamo vivendo?
Tra tante difficoltà e preoccupazioni potremo, però, riscoprire la nostra capacità di amare: in fondo non è tutto quello di cui abbiamo bisogno?

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26 marzo 2020, vincenzo-lioi